mercoledì 25 settembre 2019

É DI CORTEREGGIO IL CAMPIONE MONDIALE DI QUAD, CATEGORIA KIDS.







Una massa di capelli scuri su un visino abbronzato, poco più che da bambino. Mi dicono che é lui il campione mondiale di quad, categoria cadetti. La muscolatura ben delineata, costruita in una vita di duri allenamenti, ne fa risaltare la magrezza e la giovane età. Cerco di avvicinarmi per porgli qualche domanda. É un ragazzino dall'aria simpatica, mi supera di poco in altezza.
Inizio a fargli delle domande, lui tentenna e si sofferma a riflettere, un po' emozionato. Deve razionalizzare ed esprimere a parole quella che per lui é pura passione. Me lo avevano descritto come un ragazzo competitivo, che riesce a raggiungere gli obiettivi che si prefigge, ma che difficilmente si monta la testa. E anche in questa occasione, anche se é visibilmente felice e soddisfatto, sembra continuare ad avere la giusta considerazione di se stesso.
Inizio a chiedergli quali sensazioni prova quando corre e lui mi risponde di provare un senso di estrema libertà e di dimenticare tutto il resto, concentrandosi su quello che sta facendo, mentre l'adrenalina sale.
Mi dice che si preparava al mondiale da un anno, integrando gli allenamenti con il quad con attività come il nuoto, la corsa, la bicicletta per “avere il fisico” dice lui, perchè il quad richiede una corporatura robusta e muscoli allenati. Mi conferma di essere competitivo e di mettersi di continuo alla prova, cercando di superare se stesso, gareggiando anche con gli adulti e allenandosi, quando é possibile, con Andrea Cesari. Mi da dei dettagli tecnici. Mi dice che in Italia corre con un motore 450, mentre ha corso questo mondiale con un motore 250, che é la cilindrata massima consentita per la sua categoria. Il quad che ha utilizzato per il mondiale é stato assemblato usando il motore di una moto ktm 250 e diversi pezzi già predisposti.
Quest'anno, Christian Versaci ha rinunciato alle vacanze estive per costruire il suo quad, trascorrendo giornate intere in officina, insieme al suo papà.
Di certo di quest'estate non dimenticherà le emozioni.
Concludo presto la breve intervista. Non occorre proseguire. Mi rendo conto che questo ragazzo é un motivo di orgoglio per Cortereggio, che lo ha visto crescere, ma anche per Reggio Calabria, la città da cui provengono i genitori, non solo perchè é campione del mondo, ma per quello che é.
Poco prima di salutarmi mi dice: “Scrivi che uso lo stesso impegno per la scuola!”. E certo che lo scrivo. E mi congedo da lui, con la sensazione che farà tanta strada nella vita.

Maria Gangemi

lunedì 2 settembre 2019

Libri per bambini: Il pipistrello Matteo e altre storie


"Il pipistrello Matteo e altre storie” é un libro di racconti per la prima infanzia, pensati per i bambini che non riescono a mantenere a lungo l’attenzione o a seguire trame che per loro sono complicate.
Il testo si presta sia alla lettura ad alta voce da parte degli adulti, che ai primi approcci con i libri da parte dei bambini; stimola l’avvicinamento alla natura, al mondo degli animali e delle piante.
Ogni storia é una lezione che porta il bambino a riflettere sui personaggi e sull’insegnamento che si cerca di trasmettere. L’interazione tra persone, animali reali e fantastici, come il lanternino, riuscirà a catturare i bambini e a coinvolgerli in una divertente lettura, mentre si chiederanno cosa potrebbe accadere se un orripilante pipistrello entrasse in casa nel cuore della notte o se la nonna si sbagliasse e nell’ovetto che ha scartato ci fosse ancora un pulcino o ancora cosa potrebbe succedere a quel bruco piuttosto brutto. Questa storia potrebbe diventare lo spunto per un piccolo, semplice ma importante esperimento scientifico che si può realizzare a scuola o a casa, per osservare e apprezzare da vicino le meraviglie della natura e imparare a darle una mano.
Ad aiutare i piccolissimi nell’elaborazione dei testi, ci sono i disegni realizzati da una bambina di dieci anni, fatti di personaggi espressivi e gioiosi. Sono convinta infatti che nessuno, meglio di un bambino, potrebbe immaginare il fantastico mondo dei piccoli.


https://www.santellieditore.it/product/il-pipistrello-matteo/



Una copia del libro in omaggio!

Vai al contest
⇩⇩

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=414254022781690&id=100025912869712


mercoledì 12 giugno 2019

Napoli fucina di talenti: ermetismo e ricerca della verità nelle opere di Elisabetta Pedata Grassia

Ho scoperto per caso i racconti brevi di quest'autrice che ho conosciuto per altre doti artistiche. Sono stata catturata subito dal suo stile, dalla ricchezza dei contenuti che riesce ad esprimere attraverso poche parole.
Elisabetta Pedata Grassia é un'artista ermetica che riesce a rendere poesia una realtà dura, in uno stile che perfettamente si adatta alla realtà difficile che descrive. La scrittrice esprime la sua visione delle cose e le sue idee attraverso frasi ermetiche, cariche di significato, mostrando dettagli, utilizzando ampiamente sinestesia e metafora. Le sue sono opere da leggere lentamente, da meditare frase per frase, soffermandosi su ogni parola. I suoi versi non sono semplici da comprendere, come non é facile capire la realtà che viene descritta.
Il filo conduttore di tutta la sua opera é lo sguardo dell'artista che viene rivolto ora al resto del mondo, ora a se stessa, ora al cielo. La scrittrice osserva e riflette, mentre racconta la gente che ha incontrato, i bambini abbandonati a se stessi e i loro problemi, attraverso immagini bellissime, come quella del bambino che si lega a chiunque gli offra un abbraccio, le persone in carcere, riporta i racconti dei viandanti incontrati durante i viaggi.
In tutta la sua opera emerge la visione di una persona che guarda e affronta la vita e le sue vicissitudini in modo maturo e sereno, ma il cui animo é tormentato dalla mancanza di risposte, che diventa mancanza di pace interiore.

Il suo libro, che si intitola Fiori in Rapsodie, é una raccolta di poesie e di racconti in cui l'autrice suggerisce anche una musica di sottofondo.
Elisabetta affronta i temi più vari, racconta se stessa, la percezione che ha di sé nell'universo e in mezzo agli altri, i suoi stati d'animo, i sentimenti, le esperienze che hanno lasciato un'impronta nella sua vita, esprimendo stati d'animo condivisibili.
C'é un'idea dietro ogni poesia, dietro ogni racconto ed emerge di continuo la ricerca della verità, il tormento di un'anima convinta dell'esistenza di Dio, ma che non riesce a trovare risposte soddisfacenti, non riesce a spiegarsi perchè non intervenga davanti a tanta ingiustizia. Eppure Dio é ovunque ella guardi nel suo modo tutto laico, ed é l'unico ad abbracciare i bambini di cui nessuno si prende cura, quelli che l'autrice ha tanto a cuore. Dunque da una parte l'autrice vede Dio, che a volte le sembra assente, dall'altra uomini che non riescono a esserGli fedeli.
L'opera denuncia in questo modo anche problemi sociali come la pedofilia, la violenza sugli indifesi e sugli emarginati e la mancanza di giustizia.
Temi ricorrenti sono anche il disprezzo per la religiosità ipocrita, e poi il rapporto madre-figlia, il ricordo della propria infanzia, la condanna dell'ipocrisia in tutte le sue forme.

Degni di nota sono anche i racconti brevi che non fanno parte dell'opera, apprezzabili per lo stile.

“La Madonna della mandorle” é un racconto ricco di suggestione. Il titolo é in grado di evocare nel lettore molte emozioni.
É il racconto di una processione, da una parte c'é il sacrificio dei credenti che vi partecipano con fede, dall'altra il dubbio dell'osservatore agnostico in cui la scena fa emergere tante sensazioni e pensieri contrastanti, ma che non riesce a non rimanere toccato.
In questo racconto viene espressa ancora una volta la visione della religiosità di Elisabetta.

Anche in “Numero 7” il titolo si adatta perfettamente alla materia trattata. La protagonista del racconto é emblema e metafora del concetto punitivo e autolesionista di religiosità. “La perfezione che fa ammalare”, scrive l'autrice. Sono versi che in questo contesto rimandano a un concetto distorto di cristianesimo. Sono le pretese di uomini su altri uomini, pretese che spesso non riguardano solo la sfera della religiosità. É la religione di coloro che hanno e danno un'immagine distorta di Dio. É la religione predicata dagli ipocriti, dai bigotti che pretendono di sostituire se stessi e i propri insegnamenti a Dio. É la “lettera” che uccide, la religiosità che fa ammalare, lontana dalla constatazione biblica che Dio ricorda che siamo carne e sangue e dalla verità del Nuovo Testamento che ha cancellato completamente, in modo chiaro, pesi che nessun uomo poteva portare. É una perfezione lontana dal messaggio e dalla verità predicata da Cristo, che rende liberi e dona la pace che la protagonista di questo racconto non riesce a trovare.

Elisabetta Pedata Grassia é dunque un'artista che ha sicuramente molto da dire. Le sue sono opere apprezzabili non solo dal punto di vista della maturità dello stile, che é quello di una persona colta e che in alcuni racconti ricorda quello dei grandi scrittori italiani, ma anche per la ricchezza e la varietà dei contenuti.

Maria Gangemi

sabato 9 febbraio 2019

La vitalità intrinseca nel principio femminile. Riflessioni sul libro “Tutta colpa delle mamme” di Orliana Fenga.

L'universo si basa sull'equilibrio di forze che spesso, allo sguardo inesperto degli esseri umani, sembrano piccole e sfuggenti ma che, se mancano, turbano l'equilibrio dell'intero cosmo perchè sono necessarie proprio per come sono, anche quando sembrano insignificanti o sono invisibili. L'universo insegna che le differenze sono necessarie. Lo stesso principio é valido anche nello studio del corpo umano, che viene percepito sempre di più come come una rete di organi e di cellule necessarie e complementari tra di loro che garantiscono il funzionamento perfetto dell'organismo. Dall'osservazione si apprende che la realtà é composta di elementi differenti e complementari, ma ugualmente importanti. Il concetto di complementarietà viene ripreso anche dai miti di diverse culture quando si parla del principio maschile e femminile.
Nel suo libro “Tutta colpa delle mamme”, Orliana Fenga dimostra la validità di questo ultimo concetto e documenta le manipolazioni che sono state fatte per distorcere la visione degli elementi maschile e femminile e raggiungere gli scopi dei pochi che detenevano il potere. L'opera di Orliana Fenga si sviluppa infatti attorno a due grandi punti: la necessità del femminile, come elemento, principio unico e forza vitale, e la manipolazione del potere.
Nei secoli, chi deteneva il potere é sempre riuscito a strumentalizzare le religioni e a deviare i grandi movimenti, spostando l'attenzione dai problemi reali, per raggiungere i propri scopi e imporre idee e visioni manipolate. Così, ad esempio, il problema di oggi sono gli immigrati, non l'incapacità di creare lavoro e di fare rispettare la legge che esiste. Sono riusciti a convincere i popoli che nella Bibbia si nega l'evoluzione. Eppure, nel libro della Genesi leggiamo che Dio disse: “produca la terra erbe”, “produca la terra animali” e che “la terra produsse”.  Allo stesso modo, nel tempo, utilizzando testi come la Bibbia, i pochi che detenevano il potere sono riusciti a manipolare i testi sacri per distorcere l'immagine della donna. Come fa notare Orliana Fenga invece, é significativo che nei primi capitoli della Bibbia, di Eva si dice che fu la madre di tutti i viventi e che viene usata l'immagine di una donna per schiacciare la testa del serpente, del male. E nei libri successivi, troviamo storie di donne esemplari, donne che con le loro idee salvano i popoli, come Esther, donne custodi della sapienza come la regina di Saba, donne profetesse, e soprattutto donne, degne e rispettabili in quanto tali, che vivono in un mondo più o meno ordinato in cui tutti gli esseri umani, donne e uomini, commettono errori. Se andiamo a verificare quindi, nella Bibbia, maschile e femminile sono complementari.
Nel tempo quindi é stata strumentalizzata la religione, ma sono stati strumentalizzati anche i grandi movimenti e la donna é stata continuamente attaccata soprattutto nel suo ruolo di mamma.
Così, pochi sono riusciti a deviare gli scopi del movimento femminista e le conquiste sono servite soprattutto a chi voleva arrivare alla mercificazione del corpo delle donne. Oggi le donne divorziano, ma nessuno é ancora in grado di proteggerle da un compagno violento. Come ho detto altrove, le donne che non riescono a trovare un lavoro per mantenere se stesse e i propri figli,  hanno il “diritto” di abortire. Inoltre, oggi le donne lavorano durante la settimana e nel weekend si danno da fare in casa, se insegnano magari finiscono anche di correggere i compiti degli studenti. La maggior parte delle donne svolge il doppio del lavoro, mentre il compagno ha il tempo per coltivare i propri hobby. E tutti sono così presi dalle loro attività extrafamiliari, che spesso i figli crescono senza punti di riferimento. Dal sessantotto abbiamo assistito quindi alla manipolazione di conquiste apparenti o di conquiste a metà.
Sono queste le riflessioni che scaturiscono dalla lettura dei primi capitoli del libro di Orliana Fenga. L'autrice documenta il gioco del potere e ribadisce di continuo l'importanza del femminile.
Nelle pagine che seguono, la scrittrice continua a invitare il lettore a riflettere raccontando storie di donne famose.
Viene citata Marilyn Monroe, una donna quasi intrappolata nella visione maschilista, nelle manipolazioni del femminismo, che, dietro a una splendida apparenza, taceva dolore e infelicità. Chissà quante Marilyn potremmo contare oggi tra le donne che sfilano in passerella come icona di bellezza e di emancipazione.
Orliana Fenga continua a fare pensare il lettore citando le donne che attraverso la loro visione femminile sono riuscite a emanciparsi realmente e a contribuire in modo concreto al cambiamento.
La scrittrice cita l'opera di Maria Montessori che, grazie al proprio sguardo femminile, é riuscita a ad andare oltre il pensiero dominante e a costruire l'enorme patrimonio educativo che ci ha lasciato.  Nel femminile di Maria Montessori emerge anche la forza di questa donna che fu disposta a pagare  il prezzo dell'essere andata oltre il pensiero dominante.
Orliana Fenga ricorda poi il premio Nobel Rita Levi Montalcini che é rimasta sempre e splendidamente donna. Invita quindi a pensare alle favole e alle principesse di tutte le fiabe in maniera diversa. Così, non sono i principi a salvare le principesse, ma ogni principessa salva se stessa attraverso il femminile ed é sempre il femminile che salva il villaggio ne “La bella e la bestia”.
Il femminile dunque é un principio in grado di esprimere potenzialità uniche, é un elemento dell'universo, capace di avere una visione propria e di creare soluzioni diverse, é una dimensione unica e insostituibile che racchiude un potenziale originale. Il femminile é intuizione, riesce a risolvere i conflitti in modo pacifico. La visione femminile é in grado di cambiare il mondo.
In tutta l'opera, Orliana Fenga continua a ribadire l'importanza dell'elemento femminile e mostra quanto sia facile manipolare le masse per portarle alle conclusioni di pochi. É per questo che attraverso gli esempi che cita, la scrittrice invoglia il lettore a sviluppare un pensiero libero e personale, la propria consapevolezza e il senso critico, mostra come sia sempre opportuno verificare e valutare, ascoltare i messaggi che vengono dall'esterno, ma essere anche in grado di  ripiegarsi in se stessi per guardarsi dentro, per capire quello che si é, per sviluppare ciò che si é veramente e andare oltre il modo di guardare a cui siamo stati abituati. Il libro é un invito a rimanere sempre aperti al cambiamento, ma anche al buonsenso in una società in cui dietro false apparenze di libertà non si ha mai la possibilità vera di scegliere e di dire ciò che si pensa. Le donne devono essere libere, ma libere di esprimere la propria essenza femminile. Come insegna l'universo, anche maschile e femminile sono due principi necessari, differenti e complementari. Come dice Orliana Fenga,  “Ognuno ha un posto da occupare che é solo suo”.
In un mondo in cui si sente a disagio chi sente il bisogno di essere semplicemente madre, é difficile trattare un tema così spinoso con la delicatezza con cui l'ha fatto questa scrittrice. Orliana Fenga é una personalità positiva che trasmette un messaggio importante in modo positivo.
“Tutta colpa delle mamme” é una lettura scorrevole, un libro intelligente e ricco di idee che apre ad altri spunti di riflessione. Righe tutte da sottolineare e soprattutto da riflettere.

Maria Gangemi


https://www.amazon.it/Tutta-colpa-delle-mamme-autodifesa/dp/8827845178




lunedì 21 gennaio 2019

Scavati dentro


Succedono cose che svuotano le persone e pian piano, tutto inizia a scivolare addosso. Si ha la sensazione di essere soli, anche in mezzo alla folla, mentre tutto quello che si fa sembra essere privo di senso. Un lutto, lo stress di una relazione sbagliata, il non potere comunicare la terribile sensazione di essersi sentiti violati, nel corpo, nei sentimenti o il non avere potuto vivere la propria vita. Quello che scava il vuoto dentro le persone, é immateriale. Ciò che lascia ferite nell'anima, quello che potrebbe curarle, non é quantificabile per come siamo abituati a fare.
Mi é difficile parlare di un'autrice che ho sentito troppo vicina e le cui parole mi sono sembrate troppo vere. Il messaggio di Paola Tafuro diventa subito chiaro nel titolo, le frasi che aprono il libro ne sintetizzano bene il senso. La citazione di Bukowsky esprime la sensazione di incomprensione e di solitudine di chi attraversa il tunnel della depressione, mentre le frasi della scrittrice ne richiamano lo stato d'animo, le cause e propongono soluzioni.
Nelle pagine successive, attraverso le storie di otto donne in cui tutti possono ritrovare alcuni tratti della propria esperienza di vita, l'autrice racconta e indaga le cause del disagio che hanno sviluppato. Qualcuna perchè si é dovuta accontentare, rinunciando a coltivare le proprie inclinazioni, le amicizie con cui si condividono interessi e idee, in un Sud che non ne da la possibilità, dove bisogna ringraziare quando si riesce solo a portare anche un piccolo stipendio a casa. Un Sud che teme tutto quello che ha da raccontare e che viene di continuo messo a tacere.

Maria Gangemi

https://www.amazon.it/vuoto-non-compra-tunnel-depressione-ebook/dp/B07KNQYJ4S




domenica 18 novembre 2018

Fruire offline i contenuti della divulgazione pedagogica in rete. Diario di una recensione.

Mi mostrai piuttosto reticente quando mi proposero di leggere Redazione Pedagogica. Non sono pedagogista e non avevo né il tempo, né la voglia di dedicarmi a letture che richiedessero una certa attenzione. La prima impressione che ho avuto infatti, é stata quella di dovere affrontare una lettura noiosa, che non sarei riuscita a portare avanti se non con fatica. Proprio una scocciatura in un momento in cui seccature proprio non ne volevo. Alla fine però, mi convinsi che sarebbe stata un'occasione per arricchire il mio bagaglio culturale e lo richiesi.
Quando l'ho ricevuto, aprendo il pacco ho avuto il piacere di estrarne un libro dalla copertina accattivante. Ho rimosso il cellophane e toccando il libro ne ho ricevuto una sensazione così gradevole, che ho iniziato a passare più volte le mie dita abbronzate sulla copertina patinata opaca, tanto era piacevole al tatto. La copertina é antistress. La grafica e i colori hanno catturato subito anche l'attenzione delle mie bambine. La più piccola mi ha chiesto se potevamo leggerlo subito. Piuttosto intimorita dalla sua espressione, pian piano sono riuscita a dissuaderla e a trattenere le sue manine. Ho appoggiato il libro sulla cassettiera ed é stata la volta della mia figlia maggiore che si é avvicinata per guardarlo meglio e ha letto allegramente: “Silvia Ferrari”. Uno dei tanti autori che passano per la nostra casa. E lei, nella sua mente di bambina di undici anni, ha ben chiaro che chi vorrebbe vivere di scrittura é sempre povero e che viene considerato anche pazzo. Le telefonate di Silvia Ferrari poi, fanno anche parte delle nostre giornate da diversi mesi e io ho avuto modo di conoscere l'autrice e di apprezzarne le spiccate qualità umane.
Finalmente riesco ad iniziare a sfogliare il libro. Cerco di dare una prima occhiata generale, per farmi un'idea di quello che andrò a leggere. Mi chiedo perchè non riesco a separare le pagine, ma mi rendo conto che é un foglio solo. La carta é spessa e resistente, di qualità.
Ne apprezzo subito l'idea, che credo sia completamente nuova: raccogliere in un libro i primi due anni di un sito, per renderlo fruibile a chi con la rete non ha o non vuole avere dimestichezza. Osservo subito però che allo stesso tempo, il libro diventa anche più vicino a chi, come i ragazzi, é abituato alla maniera di comunicare tipica della rete. A vivacizzare l'argomento ci sono testo e immagini a colori, faccine e filastrocche in rima, composizioni dell'autrice che a volte riassumono il nocciolo di alcuni capitoli o riprendono concetti importanti e che sembrano nate dal piacere di comporre e di sentirne il suono. Alcuni concetti vengono esposti prendendo spunto dalla musica e da canzoni di Battiato, di Battisti, da fumetti e da film. Sembra che si possa fare pedagogia anche attraverso questi strumenti. Un modo di comunicare molto vicino ai giovani. Il libro si compone di articoli dell'autrice, interviste e contributi di vari professionisti. Una bibliografia curata conclude ogni capitolo.
Non posso scrivere una recensione convenzionale per un libro di pedagogia che non é convenzionale.
Il libro mi invita alla lettura. Comincio a leggerlo dall'inizio.
Nella prefazione l'autrice parla di se stessa e delle pagine che gestisce, dell'importante ruolo della rete nella divulgazione della personale esperienza pedagogica.
I primi argomenti trattati sono gli anni della scuola dell'infanzia e l'armonia familiare.
Fin dalle prime pagine, emerge in questo modo una pedagogia esposta raccontando se stessa e persone reali. A tratti, sembra un continuo rielaborare il proprio vissuto nel tentativo di comprenderlo meglio e soprattutto per  metterlo a disposizione di tutti coloro che si prendono cura dei bambini, per essere di aiuto alle nuove generazioni.
Rifletto sul fatto che in effetti molti scrivono di educazione, ma non é sufficiente lo studio per scrivere di temi come psicologia o pedagogia. Chi scrive deve conoscere bene l'argomento che vuole trattare e deve avere qualcosa di nuovo da aggiungere. Nel caso di materie come la psicologia o la pedagogia, l'esperienza, integrata allo studio, dona la piena comprensione dei fatti e da quel qualcosa in più da dire anche agli altri, quello che i lettori non sanno, quello che può essere detto meglio, e che é il motivo per cui si scrive.
Io stessa soffrii molto per diversi anni una situazione in cui non riuscivo a spiegarmi i comportamenti di una persona e in cui mi trovai coinvolta, mio malgrado. Dopo molto tempo, per un lavoro, ricevetti dei libri sull'elaborazione del lutto da studiare e lessi riga per riga quello che avevo vissuto e la condizione clinica della persona il cui modo di fare avevo osservato. Studiare quei libri fu leggere chiaramente, parola per parola, quanto avevo visto con i  miei occhi e le cui conseguenze avevo sperimentato sulla mia pelle, con l'aggiunta di spiegazioni scientifiche e dei metodi per uscirne. Fu come il coronamento di una conoscenza già consolidata.
Dunque spesso l'esperienza personale é più eloquente di anni di studio e i libri diventano il completamento della propria formazione.
Nell' intervista che le é  stata fatta e che si trova nel libro, Silvia Ferrari racconta esplicitamente se stessa. L'autrice ha assistito con dolore alla disgregazione della propria famiglia e all'allontanamento del proprio amato papà all'età di soli nove anni. Accanto a lei, vedeva soffrirne e reagire in modo diverso una sorellina della tenera età di due anni. Per molto tempo si é chiesta il perchè di tutto quello che era successo nella sua famiglia. Lei, come tutti i bambini che vivono la separazione dei genitori, li amava entrambi nella stessa misura e seppur bambina, si sforzava di ragionare da adulta e di comprendere le ragioni di entrambi per farsene una ragione, anche se i genitori sono comunque riusciti a separare il loro ruolo di padre e di madre da quello di coppia. E Silvia, fin da bambina, é sempre stata disponibile a comprendere e a collaborare perchè il rapporto genitoriale fosse mantenuto. Dunque i propri tentativi di essere forte, di uscire dalla sofferenza, la propria resilienza, sono stati di certo più eloquenti di quanto ha trovato sui libri negli anni di studio. Anche per lei, gli studi hanno solo completato una conoscenza già consolidata.
Il filo conduttore del libro é quindi il vissuto personale dell'autrice, che di tanto in tanto si affaccia alle pagine per rendere l'argomento più interessante e per fare la materia trattata più concreta. Nell'intervista che le é stata fatta, Silvia Ferrari racconta anche la sua carriera, le giornate vissute a contatto con il mondo del lavoro, la sua esperienza in colonia, i corsi formativi a cui ha partecipato. Accanto a questo, nel libro sono state inserite altre esperienze di persone reali che espongono dinamiche familiari ed esempi di vita in cui tutti possono ritrovarsi, lasciando anche spazio al lettore che può giudicare da sé quali siano le migliori scelte educative, anche in base al proprio ambiente.
É piacevole dedurre in modo autonomo quale possa essere la scelta educativa più adeguata in base alla propria situazione, leggendo storie vere.
Nel libro l'autrice spazia affrontando anche argomenti come l'essere mamma nell'epoca dei social, quando tutti mettono a disposizione degli altri la propria cultura e la propria esperienza, la violenza sulle donne e i nuovi strumenti didattici.
Silvia racconta anche delle collaborazioni che ha scelto per migliorare i contenuti delle pagine e così nel libro, agli articoli si alternano preziose interviste a chi ogni giorno mette a disposizione della consulenza pedagogica la propria sensibilità e le proprie competenze utilizzandole con approcci intelligenti e adeguati. Sono righe che non lasciano spazio a commenti e che dovrebbero solo essere lette.
Immancabile il tema della separazione coniugale che viene affrontato con coraggio, così come il fatto che lascia cicatrici profonde sia nella coppia che nei figli e che sia molto importante riuscire a tenere separati il ruolo genitoriale, che va mantenuto, dal rapporto di coppia fallito.
Il libro tratta anche alcuni temi come l'inclusione dei non vedenti. A partire da un suo esperimento bendata, l'autrice illustra le sensazioni provate e i disagi che incontrano i non vedenti ed elenca gli strumenti a disposizione di queste persone. In queste pagine emerge molta sensibilità e la capacità dell'autrice di empatizzare.
L'approccio pedagogico si può definire dunque piuttosto empirico, invita spesso a dedurre la conoscenze dalla pratica e dagli esperimenti.
Esposto a tratti chiari e concisi anche il legame madre-figlio. Il concetto diventa chiaro nell'esempio di una madre, la madre dell'autrice, che matura e pienamente consapevole, mostra con amore, senza vergogna, le smagliature sul suo corpo come i segni lasciate da quello che é un legame unico, profondo e indelebile.
Silvia Ferrari si servirà ancora nel libro dell'esperienza della madre, che ha lavorato in un reparto di puericultura, in un'intervista in cui il lettore può apprendere nozioni relative alle malattie dei bambini e agli interventi che devono essere praticati.
Mentre espone tutti gli argomenti, il libro intanto diventa anche una lezione di metodo, perchè l'autrice racconta in modo dettagliato le dinamiche delle pagine che ha creato, i criteri che ha utilizzato per la stesura dei propri articoli e nella gestione delle pagine.
Rifletto. I temi trattati non riguardano poche persone. Non può essere un libro di nicchia. Argomenti come la famiglia e i suoi presupposti non sono per niente scontati. L'educazione é di tutti, é per tutti, é un argomento di importanza sociale, di cui tutti dovrebbero leggere. Il ruolo dell'educatore é di fondamentale importanza per il funzionamento della società. Il mondo diventerebbe in pochi anni un posto migliore se si comprendesse il valore del ruolo genitoriale, della professione di educatore, dell'importanza di sapersi prendere cura dei bambini, trascorrendo del tempo di qualità con loro.
Così, attraverso articoli, interviste, brevi recensioni e riassunti di libri fatti bene, con attenzione agli insegnamenti fondamentali che trasmettono, il lettore incontra il concetto di  resilienza, l'etimologia di alcune parole chiave, nozioni di pensiero di Jung e di Freud, i pericoli della rete e le alternative. Vediamo i DSA negli esperimenti e nei racconti di chi li ha gestiti, l'importanza di trascorrere e condividere ore all'aperto per apprendere direttamente dalla natura. Viene esposto anche il sistema delle Daaras e si accenna alla pedagogia africana, un argomento poco conosciuto, ma di grande attualità. Troviamo l'intervista  a un'archeologa e ci chiediamo perchè sia su un libro di pedagogia, ma da essa impariamo nozioni di pedagogia del mondo antico.
L'unico articolo su cui mi trovo un po' in disaccordo, forse per impostazione personale, é quello sulla meditazione. Ritengo che questo tipo di attività rendano le persone piuttosto passive e che i bambini possano impiegare il tempo in modo più proficuo. Per il resto, si tratta di nozioni che dovrebbero fare parte del bagaglio culturale di tutti.
Le ultime righe di pagina 210-211 riassumono un po' il tema portante del libro: nell'operare nel settore pedagogico e dei DSA non contano solo le competenze acquisite, ma soprattutto avere un proprio bagaglio emozionale ed essere disposti ad aiutare.
Concludo che Redazione Pedagogica é un approccio diverso alla pedagogia, adatto anche a chi si avvicina per la prima volta a questo argomento, a chi é riluttante nei confronti di internet, ma anche a chi alla rete é abituato, utilizza un tipo di comunicazione vicino al linguaggio dei giovani, sempre più abituati alla rete e ai social. Il testo si potrebbe proporre nelle scuole per la grafica, perchè é una lettura agevole e adatta a tutti. Tra articoli, contributi di pedagogisti e insegnanti, troviamo concetti di psicologia semplificati, nozioni, riflessioni, consigli di lettura, segnalazioni di pubblicazioni innovative, testimonianze di vita, quasi pagine di diari piacevoli da leggere in cui ognuno può ritrovare una parte di sé e del proprio vissuto. E dietro tutti gli articoli c'é sempre l'autrice come professionista e soprattutto come persona che ha vissuto ciò di cui scrive. In ogni pagina l'autrice dona tanto di se stessa, offrendo, anche attraverso il suo stile e i suoi esperimenti, spunti interessanti anche a chi si appresta a redigere la tesi di laurea.
Il libro si chiude con pagine di citazioni personali. Leggo l'ultima, chiudo il libro e passo le dita sul retro della copertina, con il sincero augurio che un'idea valida come quella di Redazione Pedagogica attragga l'interesse di un editore serio e attento ai cambiamenti.

Maria Gangemi

sabato 15 agosto 2015

“La leadership geniale in famiglia”: in che modo e perchè é importante reinventare i rapporti familiari.

  Qualche giorno fà, hanno attirato la mia attenzione i risultati di alcuni studi di fisica quantistica che sostengono che non é la realtà a creare la coscienza, ma la coscienza che crea la realtà e che quindi sopravvive alla morte del corpo.
Oggi non é dimostrabile con i nostri mezzi che la coscienza sopravviva o meno al corpo, ma é certo che essa é capace di creare in buona parte la realtà che viviamo con le parole, con le azioni, con il proprio modo di pensare.
Scienza e religione sembrano trovare sempre più argomenti in comune e non é un caso che già da duemila anni i Vangeli riportino frasi come: “Siano i vostri pensieri di bene in ogni tempo”, “Analizzate ogni cosa e ritenete il bene” e “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro”.
Se quindi la nostra coscienza influenza la realtà e le persone che ci circondano, quale maggiore peso ha nei confronti di figli che dipendono fisicamente, emotivamente e psichicamente da noi?
Non penso di esagerare, né temo di ripetermi quando dico che il rapporto con i genitori, quello con la famiglia, sono alcuni dei pilastri che contribuiranno a sostenere l'edificio Vita di ogni individuo. Se sono deboli, tutta la struttura potrebbe cedere, se sono solidi e ben costruiti tutto sarà più stabile.
E oggi che i vecchi schemi non funzionano più, é più che mai necessario reinventare la famiglia ed essere genitori, ognuno per il proprio figlio. E' questo che spiega Sara Bassot nel suo e-book “La leadership geniale in famiglia”.
Potremmo allora pensare alla nostra famiglia come alla Apple e applicare alla vita familiare gli stessi principi che Steve Jobs applicò alla sua azienda:
  • Semplificare
  • Stabilire poche regole comprensibili e utili
  • Instillare nei collaboratori la convinzione di potere realizzare l'impossibile
  • Concepire la famiglia come un organismo in cui ogni organo ha una propria funzione e tutto coopera in modo armonioso
  • Sfruttare le capacità dei singoli componenti
E tutto potrebbe diventare un successo.
Sfidando la realtà Steve Jobs ha seguito le sue passioni e la sua creatività, é riuscito a esprimere il suo carattere nel lavoro nella stessa misura in cui per ognuno di noi é importante esprimere emozioni positive e negative in famiglia.
Come fece Jobs con i suoi dipendenti, anche noi dovremmo scoprire quale e quanta ricchezza c'é nei nostri figli e nelle persone che ci sono più vicine e imparare a valorizzare i loro talenti per il bene della nostra piccola comunità.
I nostri figli non devono essere oppressi pensando a loro come a un foglio bianco su cui scrivere quello che noi, pieni di pregiudizi e di condizionamenti riteniamo giusto. Dobbiamo considerarli come individui non stereotipati, dotati di capacità che ci sono sconosciute e che possono diventare una risorsa per se stessi e per le persone vicine. Ma come é possibile mettere tutti d'accordo?
Nel suo e-book Sara Bassot sottolinea come diventiamo creativi nella misura in cui riusciamo a staccarci dagli schemi.
Prima o poi, in un modo o nell'altro, la personalità di chi ci sta vicino viene fuori.
In futuro le persone che ci stanno accanto e soprattutto i nostri figli potrebbero essere individui felici di avere realizzato qualcosa che a loro interessava o persone eternamente insoddisfatte e arrabbiate con chi a loro é stato vicino per avere dovuto accettare passivamente di seguire un percorso di studi che a loro non interessava o di svolgere un'attività per compiacere altre persone.
L' e-book di Sara Bassot risponde bene a tutti i quesiti relativi alla vita familiare, si ha molto da apprendere da questo libro.
Io l'ho letto con piacere, forse perché condivido in buona parte il pensiero della scrittrice e mi piace il suo stile solare.
In tutti i suoi libri Sara Bassot riesce a infondere molto di se stessa. In modo aperto, comunicativo, ma essenziale quando é necessario, riesce a trasmettere molto del suo bagaglio culturale e soprattutto della sua esperienza concreta di donna e di madre.

La leadership geniale in famiglia” é un libro facile da consultare, un testo che tutti dovrebbero leggere perchè aiuta a considerare tutte le altre persone, e non solo i bambini, senza pregiudizi.



Maria Gangemi

mercoledì 11 marzo 2015

Una storia per il grande schermo: "Il Tribuno Pretoriano" di Pino Campo

Bella e appassionante la storia narrata in questo romanzo storico di Pino Campo, dove una folla di personaggi, animati da ideali diversi o da passioni molto terrene come la sete di potere, si muovono e interagiscono per perseguire i loro scopi o solo per proteggere le persone che amano; tessendo intanto una storia ricca di intrighi e di sorprese in cui aleggiano sempre suspense e sospetto, all'interno di quello che é un perfetto spaccato dell'epoca imperiale. Le vicende personali si intrecciano con la storia dell'impero senza il quale non avrebbero potuto essere.
A fare da filo conduttore al romanzo, due forze che in un certo senso sono simili e che nello stesso tempo si contrappongono: da una parte l'amore terreno, dall'altra la ricerca del trascendente. Da un lato c'é l'amore per una donna di nome Dacia, un sentimento tutto carnale che arriva al primo incontro “come un diretto allo stomaco” e che é soprattutto tormento, dall'altro la vocazione, una non ben definita chiamata pronunciata da una voce che si distingue da tutte le altre per il tono gioioso e determinato, che diventa sempre più chiara e acquista sempre più senso donando il riposo e che costituirà l'unico spiraglio di luce nel mondo corrotto che viene descritto.
La storia é quella del giovane e coraggioso lucano Livio Ventidio che, mosso dalla sete di conoscenza, si arruola nell'esercito imperiale e, distinguendosi per le sue abilità in combattimento, viene assoldato per uccidere Diocleziano. Per compiere la sua missione, dovrà affrontare un lungo e pericoloso viaggio in Oriente dove incontrerà Teodoro e Dacia: la vocazione e l'amore. Queste due forze torneranno di continuo in soccorso del protagonista nei momenti più bui del suo cammino, in particolare le parole del giovane Teodoro gli torneranno sempre in mente infondendogli coraggio nei momenti più difficili, come quando si accorge di essere spiato.
Nei primi capitoli la narrazione é un po' appesantita dall'abbondanza di fatti tratteggiati e dai dettagli storici, poi, a partire dal quattordicesimo capitolo il ritmo della narrazione si fa più intenso, gli intrighi si fanno più fitti e gli eventi delineati nei primi capitoli acquistano sempre più senso e prendono forma per compiere il lavoro abbozzato nelle prime pagine dallo scrittore.
Livio comprenderà sempre di più la sua vera missione dal momento in cui scamperà miracolosamente a un'imboscata e non gli verrà dato il colpo di grazia per mancanza di tempo. Attraverso le vicende e gli incontri, soprattutto quello con Ifesto, la vocazione troverà sempre più spazio nel cuore di Livio mentre pian piano l'amore terreno sembrerà affievolirsi. Nel romanzo però trionfano i sentimenti umani e terreni e la chiamata rimarrà solo una chiamata fino all'ultima pagina lasciando intravedere un compimento nel futuro.
Fin dall'inizio abbondano i dati storici, facendo trasparire il certosino lavoro di ricerca dell'autore che si concretizza nelle meticolose descrizioni dei luoghi, delle armature, del funzionamento di tutti gli aspetti della società dell'epoca, sia per quello che riguarda i costumi dei romani che per quanto concerne i barbari e soprattutto negli usi militari.
Interessante la descrizione dei personaggi femminili, che non vengono tratteggiati solo attraverso le caratteristiche fisiche, ma anche con la percezione dei sensi.
Tra gli episodi emergono per bellezza il toccante incontro di Dacia con il padre e soprattutto il momento in cui l'uomo recupera la memoria.
Questo libro costituisce un modo interessante per raccontare un personaggio e un periodo storico. Un romanzo consigliato a tutti, in particolare agli studenti, a chi ama accostarsi alla storia e al mondo classico senza noia e senza sentirlo troppo distante o solo a chi ama le storie intricate.
La domanda che sorge leggendo queste pagine é quale sia il prezzo che si é disposti a pagare per soddisfare la propria curiosità, visto che sono molti i soldati che, come il protagonista del romanzo, si arruolano per sete di conoscenza.
Tanta é la ricchezza di dettagli storici, così tanti i personaggi, le battaglie e gli eventi narrati, le storie che si intrecciano, che dal romanzo si potrebbe trarre una storia di successo per il grande schermo.

Maria Gangemi






martedì 11 gennaio 2011

Studio dell'università di Torino: negli ultimi due mesi di gravidanza il feto percepisce le sagome

Nel grembo materno non è così buio perché penetra luce dall’esterno (soprattutto in estate e se la gestante indossa abiti leggeri) e il feto negli ultimi mesi di gravidanza può probabilmente cogliere con lo sguardo qualche dettaglio del suo primo “nido” e magari anche le sue manine e i suoi piedini, imparando i primi “rudimenti” di coordinazione visivo-motoria. È quanto emerso dallo studio di Marco Del Giudice del dipartimento di Psicologia dell’Università di Torino.
«Ho misurato la quantità di luce che passa attraverso vari tessuti corporei (muscolo e grasso) e diversi tipi di vestiti - spiega Del Giudice - poi ho creato un semplice modello basato sullo spessore della pancia della madre e sulla presenza o meno di vestiti e visto quanta luce può penetrare in utero». Pubblicato sulla rivista Developmental Psychobiology, «è il primo studio a suggerire che ci possa essere esperienza visiva prima della nascita nell’uomo - dichiara Del Giudice - l’argomento non è mai stato studiato in dettaglio prima d’ora».
«Finora si pensava che l’ambiente uterino fosse troppo buio per permettere la visione», aggiunge Del Giudice, questo studio dimostra invece che di luce ne penetra a sufficienza per consentire al piccolo di vedere ciò che lo circonda. Gli occhi del feto maturano abbastanza tardi: prima le palpebre sono chiuse e “fuse” insieme; di solito iniziano ad aprirsi al sesto mese, spiega Del Giudice. «Verso il settimo mese i feti hanno la capacità di orientare lo sguardo e fissare un punto nello spazio - aggiunge il ricercatore - anche se questa abilità potrebbe essere già presente al sesto mese (studi hanno registrato l’attività cerebrale dei feti mentre si faceva passare un flash di luce attraverso la pancia della madre). Si può dire che tra il settimo e il nono mese i feti possono aprire gli occhi e sono capaci di dirigere lo sguardo verso degli oggetti».
Si sa anche che i feti sono miopi, continua il ricercatore, e che probabilmente vedono meglio quando la luce è scarsa.


http://carta.ilmessaggero.it/view.php?data=20110111&ediz=20_CITTA&npag=13&file=C_308.xml&type=STANDARD

sabato 26 giugno 2010

Risposta alle polemiche di un gruppetto di femministe

Quello che mi chiedo oggi é come si possa parlare male di una persona per partito preso o per sentito dire, senza conoscerla, senza conoscerne il pensiero, senza avere informazioni di prima mano, senza avere mai letto un brano scritto da chi si sta contestando.

"Tale Maria Gangemi" aveva segnalato da tempo che la pillola abortiva é superata all'estero e che é stata introdotta in Italia solo per supportare l'industria farmaceutica.

R
icordo ancora che l'Italia ha una tradizione culturale ricca e antichissima e, sebbene sia lodevole studiare come si vive all'estero e confrontarsi con gli altri paesi, bisogna sempre tenere a mente che in nazioni che si professano civilissime é ancora in vigore la pena di morte.

Dunque non tutto ciò che si fa fuori dall'Italia é più giusto, più democratico, più civile.
Ci sono paesi che nel silenzio si sono macchiati di crimini gravissimi nei confronti dei propri cittadini (D'Antonio Michael, La rivolta dei figli dello Stato, Fandango ISBN 8887517584).

Ricordo anche che questo blog si chiama "Riflettendocisu" e ne ho enunciato lo scopo nel primo post.
Non propongo verità assolute, ma inviti alla riflessione su determinati argomenti.


Il post che viene contestato nella discussione a cui rispondo é inoltre ben documentato.

Ho riportato diverse fonti tra cui alcune cattoliche che ritengo attendibili.

Ho tenuto conto che per quanto ci si sforzi di essere obiettivi, alla fine ogni testo si concretizza in un punto di vista.
Ci sono libri che per motivi ideologici escludono la consultazione di alcune fonti o glissano su determinati argomenti.

Non credo che esistano fonti non manipolate.

Dopo avere consultato diversi libri, sono giunta alla conclusione che nel lungo percorso che ha portato alla legalizzazione dell'aborto un ruolo decisivo sia stato svolto dalla preoccupazione per l'incremento demografico e dall'eugenetica.

Medici e scienziati sanno benissimo che l'embrione é vita dall'inizio, ma non si fa nulla di serio per evitare l'aborto proprio per i motivi citati sopra.

A noi europee hanno insegnato che interrompere la gravidanza é un diritto, altrove le donne vengono costrette alla sterilizzazione o all'aborto.

Come persona che pensa, in questo diritto non ci credo.
Voi femministe siete libere di credere che lo sia e rimanete libere di esercitarlo.

Io penso che tutte le vite siano degne di essere vissute, ma non ho mai giudicato nessuno.
Rispetto gli altri punti di vista, continuo a confrontarmi con gli altri e non mi nascondo dietro un nickname.

Quello che mi chiedo ancora una volta é quante donne sappiano cosa sia un aborto.

A chi mi ha criticata rispondo che
purtroppo c'é gente che spesso, dietro la parvenza di una cultura vastissima, nasconde l'incapacità di esprimere opinioni proprie.

Così si può leggere e imparare tantissimo senza capire ciò che si sta apprendendo o si può arrivare a criticare qualcosa o una persona senza motivi validi o per sentito dire.

Le idee politiche possono imprigionare le menti e privarle della capacità di valutare idee diverse, quanto e ancora più dei dogmi religiosi.

Concludo dicendo che i popoli che uccidono sistematicamente i propri figli sono destinati a estinguersi.

Come ho detto altrove, per quanto gloriose possano essere le nostre vite, i figli sono tutto ciò che rimarrà di noi.





venerdì 4 giugno 2010

Rossella

Oggi abbiamo ricevuto un'altra lettera di Lucia che ci ha scritto ancora per raccontarci un'altra storia, quella di "Rossella", una ragazza emarginata fin dall'infanzia per problemi familiari.

Rossella si é trovata a interrompere una gravidanza per compiacere il suo compagno, ma in seguito ha dovuto affrontare da sola le conseguenze di questo gesto.

Forse Rossella non é mai stata fisicamente sola, ma quella che leggerete é la storia di una ragazza che ha cercato in tutti i modi di farsi amare ed accettare e che nonostante questo, probabilmente non si é mai sentita né amata, né accettata, né compresa.

E' la storia di una ragazza che ha vissuto per molto tempo un senso di solitudine interiore.



Conoscevo Rossella fin da quando era bambina, la sua era una famiglia di quelle "difficili", di quelle che la società emargina.

Sia lei che i suoi fratelli furono ospiti di un'istituto di suore battistine che si occupava di minori in difficoltà sin dagli anni '50 (ora è diventata una struttura alberghiera gestita sempre dalle suore!).

Un giorno incontrai Rossella in un ambulatorio dove aveva appena fatto un prelievo e le chiesi come mai si fosse sottoposta a quelle analisi.

Rossella abbassò lo sguardo e inventò una scusa, poi mi raccontò di convivere con un giovane già separato che sapevo aveva avuto problemi di tossicodipendenza.

Scappò via subito e mi resi conto che le analisi nascondevano qualcos'altro.

Riuscii a sapere che aspettava un bambino e che voleva interrompere la gravidanza.

Una suora che la seguiva quando era in istituto fece in modo che noi volontarie potessimo avere un colloquio con lei.

Sembrava avere abbandonato la volontà di abortire, ma dopo qualche tempo, pose ugualmente fine alla vita del suo bimbo.

Tre giorni dopo l'intervento si presentò al centro di aiuto alla vita.

Era distrutta e diceva di volersi uccidere perchè non era stata capace di dire no al compagno e alla mamma di questi che volevano che abortisse.

Iniziò cosi il calvario di Rossella.

Ci cercava tutti i giorni per trovare conforto e noi la facevamo parlare con un sacerdote, con una psicologa, le volontarie non l'abbandonavano, e le trovarono un lavoro.

Nessuno l'accusò del suo gesto ma poco alla volta Rossella scivolò nell'anoressia perchè voleva distruggere quel corpo che le ricordava l'omicidio.

Passarono tre anni, Rossella perse anche il ciclo mestruale e la speranza di avere un'altra gravidanza.

Molto lentamente, con l'aiuto di Dio e con tanta fatica riucì ad uscire da quel tunnel e finalmente si scoprì di nuovo mamma.

Ora ha una splendida bambina di due anni e da tempo ha dato un nome, Angelo, anche al bimbo abortito.

Oggi, dopo avere elaborato quel lutto, riesce a testimoniare del suo vissuto.

martedì 1 giugno 2010

Mariella e Lucia: quando le belle parole non bastano


-->
Pubblichiamo ancora una storia vera.

Questa testimonianza ci é stata inviata da una volontaria che ha operato per lungo tempo in un centro di aiuto alla vita in Calabria.

Il sostegno offerto in questo caso é andato molto oltre le belle parole.
Questa storia é un esempio grandissimo di solidarietà e la riportiamo come ci é pervenuta perchè nulla vada perso.

Come si comprende dal testo, presto riceveremo altre testimonianze da parte della stessa persona.
Ecco la prima storia, la prima in ordine di tempo, quella che ha segnato il cammino dell'associazione e della mia storia personale.

Eravamo proprio ai primi passi e li facevamo in ospedale, con la scusa di andare a salutare un'amica infermiera, una parente ricoverata.
Si andava al reparto maternità dove i bambini, oltre a farli nascere, li uccidevano con l'aborto.

Una mattina, salutando la suora che lavorava nel reparto veniamo informate, io e la mia amica Mariella - mamma di quattro figli a quel tempo perchè poi di figli ne ha lasciati cinque, morendo di cancro a soli 41 anni lo scorso 23 settembre - veniamo informate, dicevo, che una giovane donna con problemi psichiatrici conviveva da poche settimane con un ragazzo anch'esso con problemi, nel territorio della nostra parrocchia.

La suora è preoccupata e ci invita a cercarla e a prendere contatti con lei.
Uscendo dall'ospedale e tornando a casa, Mariella offre un passaggio in macchina ad una donna, scopre dopo pochi minuti che è la donna della quale ci aveva parlato la suora.
L'approccio è senza problemi: è la donna stessa che chiede di essere aiutata, stanno sistemando la già povera casa del ragazzo e hanno bisogno di tutto.
Nei giorni seguenti la donna, che chiameremo Sandra, viene in parrocchia diverse volte e una mattina confida a Mariella di essere incinta.
La informa anche che il bimbo vuole tenerlo e che ha smesso la terapia di ansiolitici e psicofarmaci che assumeva a causa della sua malattia.
Con Mariella l'accompagnamo in ospedale e l'incontro con il ginecologo è da shock: considerata la gravità delle patologie è meglio abortire!
Sandra rifiuta e noi la rassicuriamo: se vuole tenere il bimbo, potrà sempre contare sul nostro aiuto.
Iniziano cosi sette mesi di lavoro e impegno intenso: Sandra si rivela subito una persona malata, fragile con frequenti attacchi di panico, di giorno e di notte che sfibrano il suo compagno, i vicini di casa, i medici del pronto soccorso che lei chiama ripetutamente.
Solo i volontari del centro non mollano, anche se con ritmi stressanti e con orari assurdi sono sempre con lei per rassicurarla, consolarla, assisterla.
Si arriva cosi al quinto mese di gestazione.
Eravamo certe che, da quel periodo in poi, Sandra potesse prendere qualche calmante, ci eravamo messe in contatto con Il Telefono Rosso, una struttura del policlinico Gemelli di Roma che consiglia i farmaci che si possono assumere in gravidanza.
Ma una mattina, nel nostro solito giro in incognita troviamo Sandra, che era stata ricoverata nella notte, in lacrime in un lettino del reparto: non ce la fa più , ha deciso di interrompere la gravidanza e ha già firmato la condanna del suo bambino.
Restiamo in silenzio accanto a lei, non abbiamo più parole, cerchiamo solo di calmarla.
D'un tratto lei ci dice una frase che ci fa rizzare le orecchie: "Adesso mi addormentano, mi fanno il raschiamento e tutto sarà finito."
Tra le sue molteplici psicosi vi era quella del dolore fisico, per lei anche una puntura era un dramma.
Mariella aveva da poco conseguito il diploma di insegnante del metodo Billings e ben informata le risponde che non sarà così, le saranno dati dei farmaci per stimolare il parto, il bambino nascerà non con un cesareo e potrà anche nascere vivo e fatto morire senza dargli assistenza.
Sandra inizia ad urlare e a dire che non era stata informata di questo, un medico abortista arriva nella stanza è costretto a dirle la verità, nel frattempo ci accusa di incoraggiarla a portare avanti la gravidanza, siamo delle incoscienti perchè questa donna non sarà mai in grado di prendersi cura del figlio.
A quel punto Mariella dice: "Se non sarà capace lei ci sarà qualche altra mamma!" e aggiunge "Io ne ho quattro diventerà il quinto" e io "Io ne ho tre e diventerà il quarto!"
Il medico rimane di sasso, chiede per l'ultima volta a Sandra cosa vuole fare e lei risponde che non vuole uccidere il bambino vuole solo qualche calmante.
Su nostra iniziativa chiamiamo un medico del servizio psichiatrico che rassicura Sandra dicendole che certo che può prendere qualcosa, il bambino a quel punto della gestazione non avrà nessun danno.
Il medico abortista strappa con rabbia il certificato di morte del bimbo lanciandolo sul letto di Sandra.
Da quel momento le condizioni di Sandra non cambiano, purtroppo, cambiano però i medici del reparto di maternità: rifiutano i ricoveri frequenti che Sandra chiede perchè non sono problemi relativi al suo stato ma è malata psichiatrica, il reparto psichiatrico non la vuole ricoverare perchè è incinta..trascorrono cosi altri due mesi con ricoveri in strutture private e case-famiglia da dove però Sandra scappa di continuo.

Dopo un'ennesimo ricovero nell'ospedale del capoluogo di provincia, Sandra viene scaricata davanti al comune da un'autoambulanza: non la vuole nessuno!
Finalmente i servizi sociali dell'Asl che tante volte avevamo informato, ma avevano sempre scaricato sulle spalle dei volontari, prendono in mano la situazione (perchè costretti, diciamo noi) e Sandra viene ricoverata in una casa-famiglia che accoglie donne incinte con problemi di vario tipo.

Dopo due mesi, con parto cesareo nasce un bambino, sano e bello.

Appena nato la mamma pensa di darlo in adozione, lei è cosciente delle sue condizioni, ma le suore che l'avevano accolta le consigliano l'affido e lei a quel punto ci chiama e ci ricorda l'impegno preso quel giorno in ospedale quando il medico stracciò con rabbia il certificato per uccidere il bimbo.
Ci disse "Io desidero affidare il bambino ad una di voi due..".

Mariella aveva una bambina di due a anni e invece i mei erano più grandi, quindi dicemmo di accogliere noi il bimbo.

Passarono cinque mesi e mezzo dalla richiesta della mamma e il 13 marzo del 2000 Emmanuel entrò a far parte della nostra famiglia.

Per tre anni si fece di tutto affinchè i genitori, il papà l'aveva su nostro incoraggiamento riconosciuto, potessero avere una vita normale e riprendersi il bambino ma, nonostante una rete di aiuto non ci riuscirono e a quel punto il giudice lo dichiarò adottabile e io e mio marito (47 anni io e 57 lui), diventammo anche per la legge i genitori di Emmanuel perchè il giudice che seguiva la sua storia ci fece questo bellissimo dono di decidere che il bimbo restasse con noi (questo come sai non sempre è possibile).

Emmanuel conosce la sua storia, sa di una mamma che come dice lui "mi ha tenuto nel suo utero", è un bambino sensibile, intelligente, porta nel suo cuore la tristezza dei cinque mesi vissuti in casa-famiglia (5 mesi sono un'eternità per un neonato) ma oggi è tornato felice dalla festa con i compagni di scuola a conclusione del ciclo delle elementari e noi sogniamo per lui il più bel futuro.

Un giorno deciderà di andare a conoscere la mamma che lo ha generato e che, nonostante tutte le difficoltà che una società malata di morte le ha messo davanti ha deciso per la vita, a me che l'ho "generato nel cuore" il compito di preparargli questo incontro perchè purtroppo Sandra continua ad essere una persona molto malata, ma il Signore saprà come aiutarci.

Lucia e Mariella, volontarie di un centro di aiuto alla vita

venerdì 28 maggio 2010

Michaela

Ciao Maria,

oggi, ti racconto la vicenda di Michaela.

La troviamo nell'ultima stanzetta del reparto ostetricia.
Le donne che devono abortire arrivano presto il lunedi mattina e vengono sistemate in fondo al corridoio.
Prima trovi una fila di fiocchi azzurri e rosa, vasi di fiori freschi poi il nulla ed è qui che il pianto di una ragazza giovanissima ci guida un lunedì mattina, quando ci facevano entrare nel reparto al di fuori degli orari di visita.

Ci colpisce il suo viso candido e due occhi azzurrissimi pieni di lacrime, è straniera ma riusciamo a farci capire e a capire: stamattina ucciderà il suo bambino perchè lei e il suo ragazzo non possono tenerlo: lavorano in un ristorante distante una trentina di chilometri, ospitati dal proprietario in un locale angusto, perderebbero lavoro e casa..no, questo bambino non può venire al mondo ora. Lei non vorrebbe, ma il suo ragazzo non l'ha fermata quando si è recata in ospedale, lei avrebbe voluto che lui l'avesse fatto.

E piange senza fermarsi mai, Michaela.

Le offriamo il nostro aiuto, senza condizioni, le troveremo una casa, un lavoro, tutto quello che serve per poter salvare questo bambino. Ci dice che deve essere convinto il suo ragazzo.

A questo punto non ci resta che andare sul posto di lavoro dei due giovani, ma abbiamo bisogno di tempo, avvisiamo perciò il medico che deve fare l'intervento abortivo, lo mettiamo al corrente della decisione della giovane e del nostro tentativo: ci dà un'ora di tempo.

In macchina, senza guardare limiti e segnali, corriamo,corriamo..(nei mesi successivi arriverà pure la multa per eccesso di velocità), è quasi in montagna questo ristorante tipico ma lo troviamo e il ragazzo è li: ci fa tenerezza è anche più ragazzino della sua compagna, ma si convince, si, se troviamo una casa e li aiutiamo il bambino lo tengono. Presto, presto, qui c'è campo...presto presto mi passi il reparto ginecologia... presto presto mi passi il dottor...e l'infermiera: "l'intervento è stato già fatto, non vi potevamo aspettare servivano le sale operatorie..."

Siamo ritornate in reparto per piangere con Michaela e non le abbiamo detto subito che eravamo riuscite a convincere il compagno, lo ha scoperto dopo e le sue lacrime si sono asciugate in un deserto d'amarezza.


Dopo questo episodio alle volontarie del centro di aiuto alla vita non è stato permesso più di entrare nel reparto al di fuori degli orari di visita e anche in questi orari la stanza in fondo al corridoio veniva guardata a vista dalle infermiere.
Lucia

P.S oggi la tv ci informa che il parlamento ha approvato una legge ingiusta,che toglie la libertà di stampa..non mi tocca più di tanto,in Italia c'è una legge ed è la 194 che uccide i bambini nel grembo materno;approvata questa legge tutte le leggi possono essere giuste.




Minuscole vite

Quando gli scienziati si chiedono se su Marte ci sia vita, non intendono organismi complessi ed evoluti, ma cose come batteri o forme di vita più piccole e semplici.

Ci sono vite che sono ancora più piccole di un puntino, ma nessuno ha dubbi sul fatto che siano organismi viventi.
Oggi gli studiosi si chiedono persino se un virus sia vita.

Con questi presupposti, quello che ci chiediamo é come si fa a dire che un embrione non é vita.

Già un ovulo fecondato, prima di attecchire, invia segnali al corpo che lo ospiterà dando informazioni su se stesso.

L'organismo adulto risponde a questi segnali e ne invia a sua volta.

Dopo questa prima forma di comunicazione, l'organismo consentirà o meno all'ovulo di attecchire.

In questo senso ogni giorno le donne vivono dei microaborti spontanei senza neanche rendersene conto perchè spesso il nostro corpo non ritiene l'ovulo idoneo e non gli consente di svilupparsi.

Ora se un organismo riesce a comunicare con un altro inviando segnali ormonali al corpo che dovrà ospitarlo con i quali da informazioni su se stesso, come si può dire che lì non c'é vita?
E' una minuscola vita umana.
E quanto più dopo l'attecchimento deve essere considerata e rispettata la vita di un esserino minuscolo che però cerca di sfuggire alla morte?

Sono gli stessi abortisti a dire che per interrompere la gravidanza la prima cosa da fare é uccidere l'embrione.

Se bisogna uccidere, come si fa a dire che non c'é vita?

Ma purtroppo, come molte altre cose, l'interruzione di gravidanza é stata banalizzata e spesso, con false certificazioni, si ricorre ad essa oltre i termini stabiliti dalla legge perché si vuole un bambino di sesso diverso o perché il feto é affetto da difetti curabilissimi come il labbro leporino.

Sono i medici stessi a dire che la maggior parte degli aborti terapeutici si eseguono con feti sani.

E un feto su trenta sopravvive all'aborto anche dopo parecchie ore.

Nessuno é stato adulto senza essere stato un embrione. Non é moralismo, é una questione tutta laica, é logica.

L'unica differenza tra noi e gli embrioni e i feti é che loro non si possono difendere.

Più mi documento, più mi convinco che l'aborto sia solo uno strumento utilizzato per controllare l'incremento demografico per potere continuare a sfruttare male le risorse come si sta facendo perchè alcuni si possano arricchire.

E' progresso questo?
La nostra speranza é che chi ci succederà sarà più saggio di noi.

Grazie a Dio, non tutto ciò che é stato chiamato progresso lo é diventato.

venerdì 21 maggio 2010

Lucia


-->
La storia che state per leggere é realmente accaduta. E' il racconto di un aborto e di un percorso di fede.

Credo che le origini di tutto siano da ricercare nelle incomprensioni tra la protagonista del racconto e i suoi genitori.
E' anche vero però che riflettendo sulle circostanze che viviamo, spesso sembra che nulla accada per caso, ma che tutto sia stato programmato e pianificato e così anche ciò che ha generato tanto male, può portare del bene e può essere di aiuto ad altri.

La donna che ha vissuto il dramma di questo aborto, ha avvertito di essere sprofondata in un abisso dal quale é riuscita a risollevarsi inaspettatamente, solo grazie alla fede.
Questa é la storia che mi é stata inviata da Lucia, ognuno di noi é libero di credere ciò che vuole e di interpretarla come crede.

Ho deciso di pubblicarla perchè mi sembra sintomatica di come il nostro inconscio percepisca, conservi ed elabori alcune esperienze che all'apparenza pensiamo di avere vissuto in maniera superficiale.
La pubblico anche perchè é desiderio di chi l'ha scritta essere di aiuto per chi si trova a un bivio.

Sono qui a raccontarvi la mia storia perchè la mia esperienza possa essere di aiuto a chi si trova davanti a questa scelta.
Comincio il racconto parlando delle origini di ciò che mi ha portata nell'abisso.
Ero separata da poco, un matrimonio sbagliato fin dall'inizio, pieno di silenzi e di solitudine interiore.
La brutta morte di mio fratello aveva ingigantito la distanza abissale che sentivo nel rapporto con i miei genitori e i miei fratelli, soprattutto con mia madre.
Quella morte mi aveva portata a un matrimonio tanto per fare la brava ragazza, ma questo è un altro capitolo...insomma io ero la pecora nera in tutti i sensi, ovvero così mi sentivo, sebbene prima di allora avessi fatto parte dei gruppi giovanili della parrocchia e fossi stata la solista del coro parrocchiale.
Tanti errori e tante sofferenze.
Oggi so che, a modo mio, cercavo pace lontana da quel Dio che con il tempo, credevo mi avesse abbandonata.
Nessuno mi aveva spiegato che solo la pace in Dio mi avrebbe guidata, credevo che senza le mie forze non avrei mai trovato la felicità e così la ricercavo affannosamente, proprio come il figliol prodigo.
Dopo la separazione incontrai un uomo.
Pensavo di poter ricominciare, di poter avere quella stabilità affettiva che bramavo per me e per i miei due figli avuti da quel matrimonio disfatto.
Credevo che sarei riuscita ad avere quella famiglia che mi mancava tanto, da sempre.
Rimasi subito incinta e per me fu un'ulteriore tragedia, mentre dovevo porre rimedio a molte altre. E poi, cosa avrebbe detto la gente? Cosa avrebbero detto i miei familiari che già mi accusavano tanto?
Non potevo avere un altro figlio trovandomi in una situazione così instabile, non potevo essere madre di un terzo bambino, i due che avevo già sembravano già tanto tristi.
Avevo anche mille problemi con il lavoro e per me era un peso dovermi appoggiare alla mia famiglia persino nelle piccole cose.
Non vedevo alternativa.
Quell'uomo faceva già tanto, era una storia nata da poco, ancora piena di incognite.
Non conoscevo Dio, cercavo onori e vita libera, sebbene mi fossi già scontrata con le prime delusioni.
Forse, nel profondo del cuore, avevo nostalgia di quando da ragazza frequentavo la chiesa e cantavo, durante i matrimoni, ma allo stesso tempo il mio orgoglio era ferito ed ero diventata presuntuosa.
Credevo che ormai Dio fosse lontano da me, pensavo di non avere più il diritto di stare nella chiesa.
La mia vita aveva preso una piega completamente diversa da quanto immaginavo.
Quando capii di essere incinta, sentii il peso dell'errore, sembrava che davanti a me ci fosse un abisso più grande.
Quel bambino che cresceva in me giorno dopo giorno, mi dava angoscia.
Immaginavo di dare la notizia a chi mi avrebbe guardata come una pazza eretica.
Così, appoggiata da quel compagno che in fondo era spaventato quanto me, senza farne parola con altri, presi la decisione di abortire.
Chiaramente mi rivolsi subito dove sapevo che non avrei trovato ostacoli.
Mi feci visitare con la ferma risoluzione che avrei risolto tutto nel silenzio, senza che nessuno sapesse, depositando e lasciando nel dimenticatoio quel pacco scomodo.
Così, nella piena solitudine, arrivai nel reparto dell'ospedale una mattina del settembre del '95.
Nessuno mi chiese niente..nessuno mi rivolse la parola.
Sembrava tutto normale, tutto si svolse in modo freddo e meccanico, come se si dovesse svolgere un dovere, un fardello da togliersi di dosso...non ricordo un viso, un sorriso, un'immagine che mi potesse rimanere impressa.
Ricordo solo la freddezza della stanza dell'ospedale e il mio desiderio di andarmene al più presto da lì..non ho voluto sapere niente...non mi ero informata di niente, sapevo solo che, uscita di lì, il problema era risolto.
Non sentivo nulla dentro, se non il desiderio di liberarmi di una colpa che nessuno avrebbe perdonato.
Questo è stato quel figlio che avevo in grembo.
Tutto successe nel silenzio e nessuno ha mai saputo il mio segreto.
Ogni tanto pensavo a come sarebbe potuto essere quel bambino..mi vedevo con lui vicino...lo immaginavo, ma cancellavo subito il pensiero e tenevo tutto dentro, senza nessuna sofferenza.
Sentivo che era stato più giusto abortire che tenere un bambino che tutti mi avrebbero fatto pesare. Avevo scelto quello che per me era il male minore.
Dopo qualche anno iniziai ad avere problemi di salute.
La mia fu un'agonia durata quattro interventi per un fibroma persistente.
Credo che i dolori che ho avuto per un paio di anni, siano stati più atroci di un parto...ad ogni ciclo mestruale, mi dicevo "cosa devo partorire?".
E poi rimasi ancora una volta sola quando, per via di vorticosi problemi, finì anche la storia con quel compagno.
Ancora sola mentre i problemi con il lavoro si ingigantivano e la realizzazione di me stessa sembrava sempre più lontana, persino come donna e come madre.
Se avessi saputo che qualcuno avrebbe amato i miei figli, avrei tentato il suicidio.
Sentivo il vuoto dentro e ad ogni istante lo stimolo di farla finita, poi il pensiero di lasciare soli i miei figli, mi fermava.
La mia famiglia per me era già un corpo estraneo, lontano, avevo addossato loro tutte le colpe di avermi abbandonata a me stessa e nello stesso tempo l'orgoglio ferito mi impediva di chiedere aiuto.
Ho sopportato tutto con molta fatica, nel vuoto del mio cuore, solo per l'amore che ho per i miei figli e per l'idea che nessuno li avrebbe amati come li amo io.
Con loro però ero fredda, vuota, perchè non potevo dare loro quella felicità che meritavano.
E dentro di me cresceva la rabbia perchè non potevo essere la mamma dolce ed affettuosa che avrei voluto essere.
Fare la mamma era la mia massima aspirazione e invece ero arrivata a rifiutare la vita!
Non mi rendevo conto di niente..tutto era colpa degli altri, di chi non aveva capito, di chi non mi aveva amato..non perdonavo, avevo il cuore pieno di rabbia e di disperazione.
Mi affannavo alla ricerca di una via d'uscita...intanto anche mia figlia, all'età di sedici anni, mi lasciò per andare a vivere con il padre.
Avevo deluso mia figlia senza sapere quale fosse la mia colpa.
Avevo deluso la parte di me che voleva essere di esempio a mia figlia, perchè lei un giorno potesse essere una donna e una mamma felice.
Rimasi sola con mio figlio che già scivolava nell'abisso della tossicodipendenza.
Ancora una volta dovevo trovare soluzioni ed ero già stanca già di vivere.
E intanto continuavo a dare la colpa a tutto e a tutti, ma soprattutto alla mia ingenuità per aver accettato passivamente tante situazioni che mi avevano portato nell'abisso, ma mai pensavo che la mia colpa fosse stato l'aborto, non ci pensavo più.
Mi vergognavo persino di ciò che non ero stata capace di essere, di tanti sogni che non ero stata capace di realizzare.
Così quando ho avuto la certezza che mio figlio fumava spinelli, ho avuto il vuoto davanti.
Era finito tutto, ogni cosa sembrava senza speranza.
L'unica gioia era il ritorno di mia figlia avvenuto qualche mese prima.
Sapevo però che anche in lei era già calata la sofferenza.
Insomma, soffrivo io e avevo messo anche i miei figli nella sofferenza.
Ma da mesi una voce mi parlava dentro e così, combattuta, mi rivolsi a quel Dio che oramai credevo mi avesse abbandonata..
Gli dissi "io non posso fare più niente, mio Dio fai Tu qualcosa".
Inaspettatamente trovai la soluzione. Mio figlio iniziò a frequentare una comunità religiosa che lo avrebbe aiutato a uscire dalla droga e io intrapresi un cammino di fede parallelo.
Dopo un pò sentii il bisogno di ammettere e confessare il mio peccato: l'aborto.
Ammisi che l'aborto era una colpa sicuramente grave, ma non quella che aveva procurato ancora tanto male nella mia vita.
Cominciai a ritrovare la gioia nelle persone che facevano il percorso con me e a riconoscere questo Dio che mi amava.
Fra tante ribellioni e lacrime, ripercorsi le mie colpe e le mie sofferenze e sentii il desiderio di demolire la mia presunzione e il mio orgoglio ferito, seppur questo mi facesse male.
Dopo pochi mesi, mi trovai a pregare in chiesa.
Senza sapere perchè, piangevo a dirotto mentre tutti pregavano e non capivo perchè...quei giorni stavo aiutando un ragazzo ad entrare in comunità e mentre piangevo mi dicevo "Ho già ripartorito mio figlio, chi devo ripartorire ancora? Perchè questo ragazzo devo ripartorirlo io?"
Era un pensiero fisso. All'improvviso mi venne in mente lui, il mio bambino morto, come se avesse bussato così forte al mio cuore dicendomi "mamma, ci sono io!"
Ammettere la colpa nei confronti di quel figlio, mi fece sentire sollevata.
Entrai in un percorso di guarigione spirituale che mi faceva sentire la necessità di quella verità che rende liberi.
Sentivo dirompente che dovevo scendere fino in fondo e liberarmi di questo fardello e così oggi mi trovo a dire ciò che ho vissuto.
Oggi credo che tutto sia avvenuto per via di quell'errore con il quale io ho dato la sterzata finale ad una vita già lontana da Dio.
Una mamma porta la vita e non può rifiutarla.
Quando rifiuta la vita, può solo morire dentro e trascinare nella morte tutto ciò che la circonda.
Mio figlio non é morto invano, oggi posso nella verità con me stessa, testimoniare questa esperienza e dare speranza ad altre donne che hanno vissuto inconsapevoli, questo dramma.
Ora so che la Resurrezione è cosa per tutti, se vogliamo sentire Dio nel cuore.
Se credi anche solo minimamente che ci sia una forza suprema che genera vita, devi essere gioiosa di essere stata chiamata ad esserne strumento...essere strumento della morte, significa accettare che la morte ha già operato nel tuo cuore, prima ancora di fartela vedere poi nel concreto.
Ma la cosa peggiore, è che allontani la vita da te stessa e da ciò che hai generato.
Dico a quelle donne che hanno vissuto la mia esperienza, che possono risorgere a nuova vita, se vogliono provare a svuotare la loro botte piena, davanti a Dio che è Padre...dico a quelle donne che stanno per decidere di abortire, pensateci, perchè finirete in un vortice di vuoto e solitudine.
L'aborto può solo operare altro male.
La donna ha avuto il grande dono da Dio, di generare la vita e se rifiuta questo dono, può generare solo morte.
Grazie
Lucia